domenica 28 aprile 2013

POMODORI “RIVOLUZIONARI”

- VALERIO LO MONACO – ilribelle.com . Intanto non è affatto vero che “la terra è bassa”. Almeno, non così bassa come mi avevano terrorizzato che fosse. Ora mi bastano tre-quattro ore alla settimana: parlo di un piccolo orto, sia chiaro, non di un terreno da arare con i buoi e zappare per giornate intere, naturalmente. E poi a un certo punto è diventata una questione di principio: qualche anno addietro mi sono reso conto che per me, concepito, nato e diventato adulto in città, i pomodori praticamente crescevano dentro al supermercato. Non poteva andare no? E in ogni caso c’è voluto un trentennio, qualche centinaia di libri studiati e sedimentati, una quindicina d’anni da inviato, l’aver conosciuto Massimo Fini e l’aver passato una sera a cena con Maurizio Pallante. Queste le cose determinanti. Il colpo di grazia me lo ha dato Ivan Illich quando ho letto che la modernità ha espropriato, tra le altre cose, la capacità di fare da noi ciò che altrimenti sapremmo fare benissimo. O quanto meno, a giudicare dai miei – parziali, per ora – risultati, non così male. Insomma alla fine mi sono detto che non sarei potuto andare avanti senza aver almeno provato e dimostrato a me stesso di poter fare un orto. Tra la costernazione (iniziale) della mia compagna dunque mi sono messo a cercare un pezzettino di terra al fine di iniziare quello che ho forse troppo pomposamente chiamato, all’inizio, “esperimento di università agraria personale”. Il tutto, sia chiaro, ben prima dello scoppio dei mutui subprime eccetera eccetera. Tanto per essere subito chiari: non credo di essere in grado di dare consigli in merito, e su internet, o in tanti libri, ci sono spiegazioni pratiche su come iniziare e cosa fare anche per i principianti. E se ci sono riuscito io, poi. Che per la cronaca: ci sono riuscito eccome. Non viene fuori tutto, non tutto è proprio bello da vedersi, ma sicuramente è sano, e vero. E cento metri quadri bastano per due persone. Con ampi margini di miglioramento, peraltro. Che l’orto è una scienza, precisiamo. Tra consociazioni, rotazioni e fasi calendario da rispettare e composizione del terreno, sul serio è una materia di studio. L’antico adagio non sbaglia: “contadino, scarpe grosse ma cervello fino”. Ma questo per dire che la pratica dell’orto, più che altro, è una sorta di Zen personale. Di dissidenza diretta dalla società che abbiamo intorno. Insomma è qualcosa che si avvicina molto di più a una esperienza spirituale piuttosto che a una materiale. Per intenderci: non mi chiedete quanto si risparmi, in denaro, a fare un orto rispetto a comperare verdura e ortaggi e patate e il resto al supermercato. Non lo so. Dalla regia mi dicono almeno il 90%, ma davvero, non è questo il punto. Dicevo: sono convinto che l’orto sia oggi una vera e propria rivendicazione culturale. Che poi, a pensarci bene, che cosa è in fin dei conti “cultura” se non la stessa radice di coltivazione e culto, terra e cielo? Torniamo a bomba: il punto all’inizio era soprattutto trovare il tempo per farlo, l’orto. Che non avevo. Ma all’epoca non avevo ben capito che liberare tempo per fare l’orto sarebbe stato in realtà il primo atto in assoluto di “preparazione della terra stessa”. Una sorta di concimazione naturale e necessaria, intima e personale, e propedeutica in fin del conti a tutto il resto. E così per altre cose analoghe. Non so, faccio un esempio a caso. Pallante una sera mi accende la luce: per ogni vasetto di yogurt che comperi, hai prodotto inquinamento per chilometri di tir che te lo portano al supermercato dietro casa, un vasetto di plastica e un coperchietto di alluminio da buttare. Per 125 ml di prodotto ingerito. A un euro e mezzo la coppia, toh, a 0.90 centesimi “in offerta”. Oggi – rigorosamente in bicicletta – vado a 400 metri da qui e prendo un litro di latte crudo alla spina in una bottiglia di vetro, che è sempre la stessa. Lo porto a casa e mischiandolo con un vasetto di yogurt autoprodotto che mi tengo da parte a ogni tornata, ne preparo altri 7 (di vetro, sempre gli stessi). Tempo dell’operazione, tra i sei e i sette minuti in tutto. Costo? Un euro. Per sette vasetti. A consumi, rifiuti, conservanti e inquinamento zero. Anche Zamboni, ogni tanto a casa mia, mi guarda di traverso quando faccio questa operazione serale (ci vuole la notte intera, per far trasformare il tutto in yogurt, ma tanto fa tutto da solo lui, mentre io dormo). Ma Zamboni non mangia yogurt, si può capire. L’unico inconveniente è il pensiero che mi viene in mente e che mi turba, ogni tanto, quando immagino quanti coglioni ci siano che ogni giorno vanno al supermercato e comperano yogurt. Per non parlare delle pubblicità in televisione con le pance che ridono. Ma insomma – e questo è discorso generale – non è che in questa vita possiamo sperare davvero di cambiare la situazione nel suo intero dopo che sono serviti decenni, forse un paio di secoli, per farla arrivare a questo punto, no? Dico quest’ultima cosa perché nelle pieghe di tante conversazioni, anche nei commenti qui sul sito, uno dei temi più ricorrenti si può sintetizzare nella certezza, che i più hanno, di non riuscire a imprimere più di tanto, per quanto ci si impegni e si speri, una rivoluzione generale in grado di cambiare radicalmente la situazione della nostra società. Ora, dovrebbe essere chiaro che sperare in una cosa del genere è condannarsi alla delusione. Come potremmo mai, nell’arco di qualche anno, o di qualche decennio, pensare di sovvertire del tutto un sistema così potente e capillare, militare e ancora di più a livello di immaginario, che ha impiegato secoli per arrivare allo stato attuale? E chiaro che il massimo che si possa sperare è, da una parte, innescare qualcosa che possa arrivare a compimento, o comunque a direzione diversa, per le prossime, due generazioni. E dall’altra parte che, malgrado non si possa sperare di vincere su tutto il campo, in questa vita, esistono però ancora ampi margini di dissidenza. Di parziale, imperfetta, incompleta quanto si vuole e non determinante rivalsa. Ma quei margini ci sono eccome. Insomma se la scelta deve essere tra il tutto, e in tempi rapidi, oppure il niente, allora è persino inutile ingaggiarla, questa battaglia. Se ci poniamo invece nell’ordine di idee di guerreggiare metro per metro, avamposto per avamposto, ribellandoci e dissentendo non appena si può, e magari innescando ciò che un domani altri vedranno finalmente alla loro portata, allora potremo dire di non aver passato invano il tempo che ci tocca in sorte di vivere in questi anni. Dice: ma falla finita con questa storia dell’agro-bio e di “love love love” da figlio dei fiori fuori stagione. Che del denaro, dell’euro-Bce serve sempre, altrimenti come lo paghi il terreno e le tasse che ti ci mettono sopra? E chi lo nega. Anzi direi che tenerlo a mente è utile, perché così si evita di cadere nella trappola di darsi alla macchia e basta. Come dire: sempre tenere a mente che la guerra grande da combattere è l’altra. Volete che non lo sappia? Sintetizzo: lotta dura “contro il sistema”, sempre e comunque, che le cose da estirpare sono i banksters e i loro alleati, non (solo) la gramigna sul terreno. E ci sono milioni di persone da persuadere alla cosa, da convincere, alle quali tentare di aprire gli occhi. Ma intanto? Non vorrete mica che mentre ci battiamo allora perdiamo di vista tutto il resto no? Sintetizzo ancora: mi viene da vomitare quando sento storie di persone che fuggono in campagna e per farlo usano un Suv da 3000 di cilindrata. O quando i tabloid fotografano quella stronza di Michelle che fa l’orto nel giardino della Casa Bianca mentre il marito, dentro alla Casa Bianca, schiaccia un bottone per lanciare bombe sulla testa di altri popoli sulle montagne per conquistare mercati. E mi prudono le mani anche ogni volta, però, in cui sento o leggo qualcuno che sbraita a destra e a manca centrando l’obiettivo, almeno a parole, ma poi non prova nemmeno a fare un millimetro di percorso se al di fuori della strada ben segnata. E allora discerniamo, per favore. Anche il “Che”, suppongo, dopo aver combattuto il giorno intero, la sera qualche schioppettata a un cinghialotto per mangiare la dovrà pure aver tirata no? E non è una questione solo di libro e moschetto. Per quanto, ad avercene di persone così. Ecco, trovato: diciamo che la battaglia totale si deve muovere necessariamente su più piani. Dal libro al bastone alla vanga. Alle bombe. Ma sopra ogni altra cosa, anzi prima di ogni altra cosa, scrolliamo chi rimane fermo immobile ad aspettare. E prima di tutti quelli che rimangono fermi immobili ad aspettare mentre sproloquiano dal pulpito. O dalla poltrona di casa. Non c’è nulla di più lontano, meglio, non c’era nulla di più lontano dalle mie abitudini fatte praticamente di soli studio e scrittura, libri e computer, che fare cose manuali e di autoproduzione come tante cui invece adesso non rinuncio (con aiuti di vario tipo: pane, dolci, conserve, marmellate…). E come ad esempio l’orto. Ogni singolo pomodoro staccato da una pianta che io ho seminato a costo zero e che mi porto a casa nel paniere con la mia bicicletta è una rivincita contro le multinazionali del pelato in scatola. Dico in senso lato. Ma non solo. Contro il padrone datore di lavoro che mi avrebbe voluto invece al tavolo della sua scrivania per guadagnare lo sporco euro che serve per comperarlo, quel pomodoro. Euro sul quale lo Stato mi avrebbe peraltro taglieggiato per ingrassare la speculazione internazionale e che poi avrei utilizzato per andare (di fretta) al supermercato (in automobile che avrei dovuto pagare e mantenere) per potermelo procurare dopo che era stato raccolto da poveracci immigrati schiavizzati e trasportato per tutta la penisola inondando l’aria di veleni che poi sarebbero finiti nei polmoni nostri e in quelli dei nostri figli. Può bastare, per spiegare dal punto di vista pratico l’atto autenticamente rivoluzionario di piantare e far crescere una pianta di pomodoro? Ciò non significa, beninteso, che si debba rinunciare a combattere in modo diretto con le multinazionali e con il sistema che le alleva e da cui si alimenta. Voglio dire che quella è la battaglia con la B maiuscola, e che a questa non rinunciamo affatto. Ma, come detto, se non è forse ancora il tempo dello scontro frontale, è invece assolutamente il momento della dissidenza di base, della ribellione personale e comunitaria. E di campi per questa guerriglia quotidiana, ognuno nella propria vita, ambito per ambito, settore per settore, ce ne sono a bizzeffe. Una azione alla volta. Un metro quadro alla volta. Uno scalpo alla volta. Valerio Lo Monaco Fonte: www.ilribelle.com Link: http://www.ilribelle.com/la-voce-del-ribelle/2013/4/26/pomodori-rivoluzionari.html http://www.comedonchisciotte.org/site//modules.php?name=News&file=article&sid=11780

giovedì 25 aprile 2013

Marea nera nel Golfo del Messico, il filmato che la Bp non avrebbe voluto far vedere

- Maria Ferdinanda Piva -
 Nel terzo anniversario della marea nera uscita dal pozzo Macondo della Bp nel Golfo del Messico, vi mostro un filmato che certo la Bp preferirebbe nonfosse mai stato diffuso. Il protagonista è Malcolm Coco, ex proprietario di un’imbarcazione: come tanti altri pescatori fu ingaggiato nei primi giorni della catastrofe per incendiare il petrolio che affiorava in mare. Ha rilasciato un’intervista ad English Al Jazeera. Il video è dopo il “continua”. La piattaforma petrolifera Deepwater Horizon esplose il 20 aprile 2010 e si inabissò due giorni più tardi. La devastante gravità dell’incidente si manifestò poco dopo, non appena il petrolio cominciò ad affiorare inarrestabilmente sul Golfo del Messico. Il pozzo fu turato 86 giorni dopo l’inizio dello sversamento, e cementato definitivamente solo il 19 settembre. Fu il peggior disastro dell’industria petrolifera. Ma secondo Malcolm Coco si riversarono in mare più dei cinque milioni di barili di idrocarburi che rappresentano la stima ufficiale. Ha raccontato ad Al Jazeera (qui il breve articolo abbinato al video) che quando ha cominciato ad incendiare il petrolio – incendi grandi come isolati di una città – gli sembravano i più grandi fuochi mai visti al mondo, ma ogni giorno gli incendi diventavano più grandi. Sempre nell’intervista ha spiegato che non gli fu dato alcun abbigliamento protettivo salvo una tuta. Respirava cioè fumi di petrolio e fumo di petrolio incendiato: ora ha problemi di salute. Ancora: la Bp e la Guardia costiera (la Guardia costiera! non la società coinvolta nell’incidente) cercarono, riferisce, di convincerlo a non fotografare e a non filmare. Del resto molto si parlò, a suo tempo, dei tentativi della Bp di minimizzare l’accaduto e di tenere il più possibile gli occhi del mondo e dei giornalisti lontani dal teatro della tragedia. Malcolm Coco conferma, affermando che il pubblico è stato accuratamente imbrogliato sulla gravità del disastro ambientale. Fonte: http://www.informarexresistere.fr/2013/04/25/marea-nera-nel-golfo-del-messico-il-filmato-che-la-bp-non-avrebbe-voluto-far-vedere/#ixzz2RTxFGVrC

venerdì 19 aprile 2013

La Francia stampa denaro?

Secondo questo articolo di un giornale economico la Francia potrà stampare denaro: Operazione segreta: Draghi concede alla Francia la licenza per stampare denaro. Sembra che sarà utilizzato una sorta di circuito bancario ombra per impedire alla Germania di interferire con il salvataggio della Francia. La Francia, la Germania…..La stampaccia mainstream e non solo usa i nomi delle nazioni quando si parla di salvataggi bancari o politiche del rigore, fingendo di precisare che non sono decisioni prese liberamente, né in nome dei propri cittadini, bensì SU ORDINE DELLA BANCOCRAZIA. I vari Merkel Hollande etc eseguono ordini, ma non dei propri sudditi. Si usano i nomi delle nazioni come paravento, omettendo di specificare che non si tratta di decisioni, come i tagli e le iniezioni di denaro etc prese a livello nazionale. Eh già perché è prassi da un po’ di tempo a questa parte considerare i popoli ed il loro circuito bancario come una unica inscindibile entità. Non si salvano le banche francesi, ma il popolo francese, a leggere tanti soloni a servizio o sedicenti indipendenti. Secondo tali analisi, se ne evince la strana idea per cui se le banche vengono rimpinzate di euri il rigore si arresta ed i cittadini possono andare felici a prendere soldi agli sportelli, tanto i soldi poi li tirano dietro. Come se l’esempio dei Quantitave easing americani non avesse ben chiarito chi abbia beneficiato di tali iniezioni di danaro. Ho la vaga sensazione che tutto questo abbia più che altro a che fare con il sistema Basilea III, il quale dispone che le banche aumentino la riserva dal 2 al 7% e siccome hanno prestato quello che non possiedono ecco perché sono “in rosso” (per semplificare). Vedere anche EUROZONA: decolla il tasso insolvenza nelle banche Bene, saranno tutti contenti.Il popolo francese sarà salvo. Finalmente la BCE è diventata come la Federal Reserve….il “mostro” Germania è stato sconfitto. La Germania così tignosa nel sostenere che la Bce non può stampare soldi perché così è scritto nello statuto. Cattiva la Germania…manco l’avesse scritto il popolo tedesco questo regolamento. Un’altro ritornello ricorrente è che la Germania (non le sue banche, tutto il popolo ha scientemente deliberato l’attuale assetto delle cose in Europa) sia fissata con l’austerità per salvare le sue banche. Strano, a giudicare da questo azzardo di Draghi, a beneficiare sarebbero proprio le banche FRANCESI. Ammesso che abbia senso tifare per le banche di una particolare nazionalità, quasi si trattasse di associazioni no profit. Vedete la luce in fondo al tunnel? Poco importa se tali iniezioni finiscono dritte nelle banche francesi che non credo gireranno i soldi ai loro correntisti…alla gente. Nell’articolo si parla di una operazione nell’ordine di MILIARDI, pensate che nessuno pagherà per questo nuovo “aiuto”? Se questo è il successo della cosiddetta supervisione bancaria, sfido che Draghi e soci hanno festeggiato…. Intanto Draghi richiama all’ordine i governi….povera Bce, tutto da sola deve fare.. Crisi: Draghi, non puo’ risolverla solo Bce. Governi agiscano (1Upd) 16 Aprile 2013 – 17:17 (ASCA) – Bruxelles, 16 apr – Le risposte anti-crisi non possono essere fornite solo dalla Bce, ma devono arrivare dai paesi membri dell’Eurozona. Lo afferma il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, intervenendo a Strasburgo nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo. ”Un ripristino del canale di trasmissione non puo’ dipendere solo dalla Bce, anche i governi devono svolgere il proprio ruolo”. La Bce, aggiunge, ”non puo’ fare tutto per tutti sempre”. Per questo ”abbiamo bisogno degli altri attori: i governi, la Bei e le banche centrali nazionali”. Ecco a voi l’articolo per intero in lingua originale così non vi sono distorsioni di sorta: Geheim-Operation: Draghi erteilt Frankreich Lizenz zum Gelddrucken Deutsche Wirtschafts Nachrichten | Veröffentlicht: 14.04.13, 13:46 | Aktualisiert: 14.04.13, 16:07 Frankreich hat von der EZB die Erlaubnis erhalten, über ein spezielles Anleihen Programm faktisch unbegrenzt Geld zu drucken. Das Geschäft läuft über Schattenbanken und ist eine Milliarden-Blase. Die EZB will verhindern, dass Deutschland sich in die Rettung Frankreichs einmischt. EZB-Chef Mario Draghi hat den Franzosen still und leise die Erlaubnis erteilt, unbegrenzt Geld zu drucken, um die Banken des Landes vor dem Zusammenbruch zu bewahren. (Foto: consilium) In Zypern herrscht helle Aufregung, weil die EZB die zypriotische Nationalbank entmachtet hat (hier). In Frankreich läuft es, unbemerkt von der Öffentlichkeit, genau anders rum: Die EZB hat Frankreich eine unbegrenzte Lizenz zum Gelddrucken erteilt. Die Aktion soll verhindern, dass eine französische Bank kollabiert. Denn das dürfte schon einmal erst im allerletzten Augenblick verhindert worden sein. Ende 2011 gab es eine gemeinsame konzertierte Aktion der mächtigsten Zentralbanken der Welt, darunter die FED, die BOE (Bank of England) und die EZB. Mit einem noch nie dagewesenen Volumen startete die EZB das Longer-term Refinancing Operations (LTRO) und stellte dem Bankensystem in den Euroländern etwa 500 Milliarden Euro zur Verfügung. Wenige Monate später wurden den Banken nochmals etwa die gleiche Summe zum „Anzapfen“ zur Verfügung gestellt. Hintergrund war die Sorge, dass den Banken in der Euro-Zone, die den überwiegenden Teil der eigenen Staatsanleihen besitzen, bei einem Zusammenbruch eines Landes die Puste ausgeht und die gesamte Währungsunion ins Trudeln gerät. Dabei ging es auch um eine französische Bank, die kurz vor einem Kollaps stand. Es wurde nie bekannt, um welche Bank es sich konkret handelte. Seit langem stehen die französischen Großbanken wie Société Générale, Crédit Agricole oder BNP Paribas im Fokus der Bondmärkte. Wie Bloomberg berichtete, musste allein die Crédit Agricole im vergangenen Jahr Vermögenswerte in Höhe von 3,5 Milliarden Euro verkaufen (hier). Inzwischen ist bekannt, dass neben diesem beinahe unendlichen dreijährigen Liquiditätsstrom der LTRO den französischen Banken eine zweite, nahezu unerschöpfliche Finanzierungsquelle zur Verfügung steht, der sogenannte STEP-Markt. Darunter ist ein quasi nicht regulierter Handelsmarkt zu verstehen, auf dem kurzläufige Unternehmens- und Bankanleihen platziert werden. Hier werden Schuldscheine im Volumen von etwa 440 Milliarden Euro gehandelt. Sprich: die französische Bankenwelt hat sich inzwischen äußerst kreativ weiterentwickelt und leistet sich über den STEP-Markt (Short Term European Papers) ein völlig neuartiges, wenn auch kurzfristiges, Kreditschöpfungsprogramm oder auch eine ganz spezifische Lizenz zum Gelddrucken. Der Clou bei dem astreinen Schneeball-Geschäft: 1. Der STEP-Markt befindet sich außerhalb der Börse. Damit gibt es keinerlei Transparenz. 2. Der STEP-Markt ist beinahe ausschließlich auf den französischen Bankensektor ausgerichtet. 3. Französische Banken reichen STEP-Anleihen als Sicherheit bei der Banque de France (französische Nationalbank; Pendant zur Deutschen Bundesbank) ein. 4. Eine sogenannte „Euroclear“-Bank (als Schaltstelle bzw. Buchungszentrale zwischen Banque de France und französischen Banken) hinterlegt ebenfalls STEP-Papiere als „Sicherheit“ bei der EZB. 5. Die Banque de France (französische Nationalbank) wiederum reicht Ausfallrisiken der als Sicherheit hinterlegten STEP-Anleihen bei der EZB ein. Dabei darf es sich selbstverständlich auch um minderwertigere Papiere handeln. Solange die französische Nationalbank schützend ihre Hand darüber hält, spielen solche Machenschaften eine untergeordnete Rolle. Denn offenbar werden auch Papiere mit der Note BBB angenommen und bei der EZB hinterlegt. Draghis Stück aus dem Tollhaus Die EZB wiederum, die in Zukunft die Kontrolle über sämtliche Euro-Banken erhalten soll, kann selbst keinerlei Daten über den STEP-Markt erheben und bekommt die Daten nur auf Umwegen über die französische Nationalbank (Banque de France). Wobei letztere wiederum auf Quellen Dritter angewiesen ist, die selbst Player am Markt sind. Das bedeutet im Umkehrschluss: Es findet Geldschöpfung für französische Banken unter Schirmherrschaft der Banque de France ohne Kontrolle der EZB statt. Ein Stück aus dem Tollhaus. Mit geschätzten 445 Milliarden Euro kontrollieren die französischen Banken über den STEP-Markt einen beträchtlichen Teil des Schattenmarkts für Zentralbankfinanzmittel. Dabei sind die kurzfristigen Geldbeschaffungsmaßnahmen nicht ausschließlich auf französische Banken beschränkt. Die Banken im Euroraum handeln untereinander mit STEP-Papieren und können sie ebenfalls bei der EZB zur Liquiditätsschöpfung hinterlegen. Jenseits eines regulierten Markts ist dies eine der Möglichkeiten, an billige Kredite der EZB zu kommen. Interessant in diesem Zusammenhang: Den oftmals heftig diskutierten Ankäufen von Staatsanleihen durch die EZB im bisherigen Umfang von etwa 200 Milliarden Euro –wofür sich die EZB bereits den Titel „Bad-Bank“ eingehandelt hat – türmen sich Kreditschulden der europäischen Banken bei der EZB in Höhe von etwa 1.300 Milliarden Euro. Mario Draghi ist sich bewusst, dass diese Aktion nicht ganz koscher ist. Er sprach in der Vergangenheit davon, dass „mehr Transparenz“ nötig sei und dass man „die Sache (STEP-Markt) sehr ernst nehmen“ müsse. Dagegen unternommen hat er nichts. Aus gutem Grund. Die EZB hat Frankreich mit dem STEP-Programm eine Möglichkeit gegeben, die eigenen Banken zu stabilisieren, ohne dass Deutschland etwas dagegen unternehmen kann. Das Programm soll offensichtlich dazu dienen, den Franzosen Zeit zu kaufen, bis es zur Banken-Union kommt. Diese war ursprünglich 2018 geplant, jetzt will die EU die Einführung auf 2015 vorziehen. Danach kann die Banken-Rettung in Europa künftig über die Sparer und Aktionäre erfolgen. Bis es dazu kommt, entsteht in Frankreich unterhalb des Radars eine neue, gigantische Finanzblase. Deutschland muss ohnmächtig zusehen, wie das geschieht. Bundesbank-Chef Jens Weidmann darf Sonntagsreden halten – mehr nicht. Die Aktion zeigt, dass die Süd-Fraktion in der EZB im Hintergrund bereits weitgehend die Kontrolle über die Gestaltung Europas übernommen hat. Fonte Fonte: http://dadietroilsipario.blogspot.it/2013/04/la-francia-stampa-denaro.html http://www.stampalibera.com/?p=62162

USA: VELENI NEI CIELI ITALIANI

- Gianni Lannes - Diario di bordo. Non solo terremoti artificiali scatenati per ordine del governo USA, che hanno preso di mira l’Italia, ma su cui incombe un segreto ferreo. Le parole si impigliano nella pagina: sale sempre più la rabbia incontenibile. Con l’aerosolterapia bellica si attenta quotidianamente alla vita di milioni di persone ignare della situazione, grazie alla complicità dello Stato italiano ai massimi vertici, a partire dal presidente della Repubblica uscente, mister Giorgio Napolitano. Per la cronaca: un decennio fa, l’allora primo ministro piduista (tessera numero 1816) Silvio Berlusconi ha firmato senza alcun mandato del popolo sovrano, un accordo con il governo degli Stati Uniti d’America, per una sperimentazione climatica di geo-ingegneria ambientale nel nostro Paese. Le conseguenze sono sotto i nostri occhi e dentro i nostri polmoni, mentre potenti e ricconi acquistano bunker dove rifugiarsi prima della catastrofe finale. Venerdi 12 aprile: sbarco a Messina. Lascio il mar Jonio dilaniato dai giochi di guerra del Patto Atlantico, perfino sulla pericolosa “Scarpata di Malta” (l’area sismica più fragile della Penisola italiana), e proseguo il mio viaggio diretto a Cosenza. L’indomani presenterò il libro TERRA MUTA. Attraverso lo Stretto e saluto amici e conoscenti a Reggio Calabria, dove le onde elleniche incontrano e si fondono a quelle latine. Nell’aria danza l’inquietudine dell’impotenza apparente. Italia, anno 2013 – scie chimiche – foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati) Ore 10 del mattino: il cielo è solcato da una miriade di velivoli militari che diffondono scie di misture chimiche a base del tossico bario. Questi aerei della NATO hanno i trasponder disattivati per non farsi riconoscere e identificare dal sistema radaristico civile. Ma si vedono ad occhio nudo perché volano a non più di 2 mila metri di altitudine, sfiorando lo sguardo anche dei più distratti e perfino dei negazionisti più dementi che forse non hanno più nulla di umano. Italia, anno 2013, scie chimiche – foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati) Qualche giorno fa sul Tirreno cosentino si è arenato un gigantesco capodoglio. L’intensificarsi degli spiaggiamenti di cetacei e tartarughe caretta caretta, come non mai prima, fa sorgere diversi dubbi. L’esemplare morto sul lido di Cittadella del Capo era lungo 16 metri e pesava circa 20 tonnellate. I biologi marini incaricati dal comune di Bonifati hanno prelevato i tessuti per esaminarli, prima che la carcassa finisse incenerita in un “cancro-valorizzatore” del salernitano. Questo caso non ha precedenti a memoria umana in Calabria. Il caso più eclatante che si rammenti si è consumato nel dicembre dell’anno 2009tra lo Jonio e l’Adriatico. Sulle spiagge del Gargano, esattamente sull’istmo di Varano, andarono a morire ben 7 capodogli in fuga. Gli esami scientifici hanno rivelato, smentendo clamorosamente le menzogne dei soliti esperti accademici e di Stato, che sono deceduti a casa di un’embolia gassosa a livello coronarico. Ergo: sul banco degli imputati ci sono le attività belliche degli anglo-americani. Ne avevo già scritto a suo tempo, sul giornale ITALIA TERRA NOSTRA, con dovizia di prove. In sintesi: nel 2013 in tutta la Calabria si sono già spiaggiati addirittura 20 cetacei. Soltanto tra Amantea e Tortora si sono arenate una decina di tartarughe. Nella stessa zona, lo scorso anno non si è verificato neanche un episodio di questo genere. Nel frattempo, le autorità civili tranquillizzano alla stregua degli ambientalisti locali e nazionali, mentre i militari tacciono. I politicanti, grullini compresi? Non pervenuti. Come sempre. A mezzogiorno approdo nella città che a buon titolo è definita l’Atene di Calabria. Il cielo è lattiginoso, nonostante un sole folgorante che apre spiragli e barlumi singhiozzanti di energia. Gargano, anno 2009 – capodoglio spiaggiato – foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati) Almeno 4 aerei dell’Alleanza atlantica incrociano l’orizzonte cosentino – in direzione nord-sud – accanendosi a ripetizione proprio sull’ignara città e suoi inconsapevoli abitanti. Saluto l’amico Walter Pellegrini: un coraggioso editore del Sud. E anche lui alza lo sguardo al cielo ormai plumbeo. Medesimo copione il giorno seguente: aerei che intossicano di veleni il respiro di chiunque, soprattutto i più indifesi, ovvero i bambini d’Italia. Domenica mattina (14 aprile) riparto in auto verso la Puglia. Attraverso il nord della Calabria, accarezzo con gli occhi il Pollino, martoriato dai sismi bellici. Gli aerei militari sfrecciano ovunque: l’azzurro è solo il pallido ricordo del passato. Sosta per un caffè a Sibari. Un’occhiata a Capo Spulico e riprendo il tragitto passando accanto al centro nucleare Enea della Trisaia, subito dopo Nova Siri, ossia un’area contaminata dalle radiazioni. Policoro, Scanzano, Metaponto si susseguono passive lasciando intuire i brandelli della Magna Grecia. Autostrada a Massafra, dove si staglia l’ennesimo inceneritore illegale di rifiuti della Marcegaglia,in fase addirittura di ampliamento. Passo vicino alla base aerea di Gioia del Colle: trampolino di lancio per innumerevoli guerre: in particolare in Jugoslavianegli anni ’90. Tappa finale: il porto di Manfredonia. E’ morto un altro pescatore a causa di un cancro improvviso. Aveva solo 48 anni e famiglia numerosa. Mangio un boccone con un fidato gruppo di lavoratori del mare, decimati dai decessi senza preavviso e dagli incidenti causati dal ripescaggio frequente di ordigni chimici e radioattivi, disseminati dalle forze armate di USA, GB e NATO. In serata mi imbarcherò per l’isola di Lissa. Fino alle 18 il cielo è così terso e vivido che puoi specchiarti. La luce che tanto aveva affascinato Federico II di Svevia (puer apuliae) è abbagliante. La bellezza dei luoghi è così struggente da emozionare anche i sassi. Alle 18,30 circa, tuttavia, l’incanto si dissolve. Infatti, compaiono tre velivoli NATO che inondano l’atmosfera locale con le pericolose e famigerate scie. Davanti al faro della marina sipontina si erge un antico castello. Accanto al possente complesso storico un nugolo di bambini gioca festoso ed ignaro dei pericoli. Per più di un’ora, le minacce alate sorvolano la Capitanata, impestandola di veleni. Il copione è lo stesso per tutto il resto d’Italia (comprese le isole) e gran parte del mondo. Cosa fare per distruggere questa camera a gas planetaria? Se non fossi un convinto assertore della lotta nonviolenta, avrei già fatto di tutto per cominciare ad abbatterne a scopo dimostrativo più di qualcuno di questi aerei di morte. Dalle parole ai fatti. A parte la fondamentale informazione documentata e rigorosa sul fenomeno. Ora occorre un’azione eclatante. Non sarebbe male, occupare in massa qualche aeroporto – da cui decollano ed atterrano questi mostri che gradualmente attentano alla vita dell’intera nazione – gestito sulla carta dalla venduta Aeronautica militare italiana, complice a livello dello Stato Maggiore di questo massiccio avvelenamento di massa. Le acque piovane italiane, come risulta dalle analisi, sono contaminate in particolare dal bario e dall’alluminio. A proposito: c’è un giudice almeno a Berlino? In uno dei miei ultimi discorsi pubblici, tra la gente c’erano due magistrati italiani a prendere appunti. Spero bene. Perché se non sarà prontamente, a brevissimo periodo la magistratura ad intervenire iniziando a sequestrare i velivoli a terra, allora saranno padri e madri di famiglia a fare ben di più. Su la testa: non siamo cavie! E’ l’ora di combattere e sconfiggere sul campo questi assassini e criminali in divisa altolocata e doppiopetto di potere. video: http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=0GrspMZJoyE http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=TBIf_8Rm5a4 http://www.youtube.com/watch?v=T9BIHbYXA3c&feature=player_embedded riferimenti: http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=scie+chimiche http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=guerra+ambientale http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2013/04/usa-veleni-nei-cieli-italiani.html

Informazioni sui presunti bombaroli di Boston che non troverete sul Corriere della Sera

a cura di Stefano Fait per IxR Primi tentativi di stabilire un legame con l’Iran (l’Occidente appoggia ufficialmente gli jihadisti ceceni e quelli “siriani”, ma questi “jihadisti” ceceni sono mandati dall’Iran!) http://www.wnd.com/2013/04/boston-bombers-followers-of-irans-ayatollah/ ****** I due fratelli, di nazionalità turca, ottengono un permesso di residenza negli Stati Uniti e vi risiedono dal 2002. Il più grande si allena con successo come pugile e sogna di battersi alle Olimpiadi con i colori americani. L’altro, che ha trascorso la maggior parte della sua vita negli USA, ottiene una borsa di studio per un istituto esclusivo ultraliberale già frequentato da Matt Damon, vuole diventare un infermiere (!) e intanto fa il bagnino per “salvare vite umane, perché è questo che mi rende felice”. L’11 settembre 2012 diventa cittadino americano. Perché diamo per scontato che si mettano ad uccidere altri americani a casaccio, senza alcuna ragione? ***** Il mero fatto che siano musulmani è diventato il loro movente. ***** Il più giovane è convinto che la versione ufficiale dell’11 settembre sia falsa. L’11 settembre è quella suggestiva favoletta per cui dei pivelli dediti all’alcool, alle droghe, alle spogliarelliste ed al gioco d’azzardo decidono di unirsi ai fondamentalisti islamici di Al-Qaeda e, pur essendo incapaci di far volare decentemente un Cessna, riescono a colpire con precisione chirurgica 3 obiettivi su 4 nello spazio aereo meglio difeso del mondo pilotando dei giganteschi Boeing senza commettere il minimo errore. Fortunatamente per il genere umano la maggior parte degli abitanti di questo pianeta è scettica: http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/04/22/perche-una-maggioranza-di-persone-nel-mondo-non-crede-alla-versione-ufficiale-dell11-settembre/ http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/09/11/ferdinando-imposimato-sull11-settembre-e-sul-rischio-di-un-altro-11-settembre-in-inglese/ ***** Sempre il più giovane – descritto da amici e compagni di scuola come un “angelo ambulante” (walking angel) spiegava su twitter che in due settimane aveva avuto 3 incubi in cui gli Stati Uniti erano invasi dagli zombie, cominciava a sospettare che stesse per accadere qualcosa di grosso (infatti: l’hanno ucciso) e aggiungeva che se avesse potuto si sarebbe trasferito altrove. Il giorno dell’attentato avvertiva i suoi conoscenti: “Non c’è amore nel cuore di questa città. Restate al sicuro”. Il suo allenatore lo ricorda come un ragazzo adorabile, gioviale, atleta formidabile e gran studioso, grato di aver potuto intraprendere gli studi http://www.dailymail.co.uk/news/article-2311580/Boston-bombing-suspects-brothers-Dzhokhar-A-Tsarnaev-Tamerlan-Tzarnaev-links-Chechnya.html Però i media riportano ossessivamente solo una frase: “mi interessano solo i soldi e la carriera” pubblicata su un account del facebook russo. ***** Sono morti entrambi, non ci sarà un interrogatorio, non ci sarà un processo, non sapremo mai la loro versione dei fatti. Ci dovremo fidare della versione ufficiale. Come nel caso di Osama Bin Laden. ***** Questi due ragazzi portavano due pentole a pressione negli zainetti, ma dalle immagini non sembra che gli zainetti fossero pieni e pesanti. Compiono un attentato terroristico a viso scoperto, come se volessero farsi identificare facilmente. Poi rimangono diversi giorni nei paraggi dedicandosi ai piccoli furti (perché? Non sono poveri). Non hanno pensato ad un piano di fuga? Non si preoccupano della caccia all’uomo? Non immaginano di poter essere abbattuti da poliziotti dal grilletto facile? Non cercano neppure di nascondersi? Non cambiano vestiti, aspetto? Rubano un’auto giusto per farsi individuare? È un film hollywoodiano? ***** La madre afferma che il figlio maggiore era in contatto con l’FBI per almeno 3 anni Salvo tre eccezioni, tutti i complotti terroristici sul suolo americano dopo l’11 settembre 2001 sono stati organizzati grazie ad infiltrati FBI che hanno istigato, informato ed equipaggiato degli estremisti per poi sventare gli attentati (ricerca dell’Università di Los Angeles): http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/21/lfbi-organizza-e-sventa-la-maggior-parte-degli-attentati-terroristici-islamici-sul-suolo-americano-ricerca-della-ucla/ ***** Una delle maggiori città americane viene militarizzata (inclusa una no-fly zone e mezzi blindati nelle strade). Nulla del genere era successo a Washington per il cecchino di qualche anno fa: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2004/03/10/usa-condannato-morte-il-cecchino-di-washington.html ***** Effetti di questo attentato terroristico sull’immaginario americano: anche degli studenti modello possono essere radicalizzati; questo può accadere anche senza che entrino in contatto con una rete di fanatici; l’islam è un virus terribile che, in pochi mesi (pochi giorni o forse ore nel caso del più giovane), trasforma due ragazzi normali che non hanno mai dato problemi a nessuno in macchine di morte; è sufficiente avere accesso ad internet; su internet puoi anche imparare come farti in casa delle bombe e come maneggiare armi ed esplosivi senza farsi del male; su internet puoi imparare come sfuggire per ore a migliaia di poliziotti con la migliore assistenza tecnica disponibile; nessuno può sentirsi al sicuro, tutti possono essere dei potenziali terroristi, anche persone che conosci da tempo e che si comportavano così amabilmente e premurosamente; ***** Questa storia è anche più assurda di quella del terrorista di Tolosa http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/03/23/cose-successo-a-tolosa/ ***** La strategia della tensione è una tattica che mira a dividere, manipolare e controllare la pubblica opinione usando paura, propaganda, disinformazione, guerra psicologica, agenti provocatori ed azioni terroristiche di tipo false flag. L’espressione è stata ripresa dalla traduzione letterale dell’inglese strategy of tension, utilizzata dal settimanale The Observer in un articolo del dicembre 1969, per definire la politica degli Stati Uniti, con il fattivo appoggio del regime militare greco, tesa a destabilizzare i governi democratici delle nazioni con particolare valenza strategica nell’area mediterranea, nella fattispecie Italia e Turchia, attraverso una serie di atti terroristici, allo scopo di favorire l’instaurazione di dittature militari. Alla strategia della tensione sono inoltre riconducibili tentativi di colpo di stato, organizzazioni segrete eversive, e infiltrazioni di provocatori in movimenti avversi alla destra. http://it.wikipedia.org/wiki/Strategia_della_tensione ***** Meglio non essere negli USA intorno alla metà di aprile: 19 Aprile 1993: massacro di Wako. 19 April 1995: bomba alla sede dell’FBI di Oklahoma City. 20 aprile 1999: Columbine. 16 aprile 2007: Virginia Tech 15 aprile 2013: Maratona di Boston Fonte: http://www.informarexresistere.fr/2013/04/19/informazioni-sui-presunti-bombaroli-di-boston-che-non-troverete-sul-corriere-della-sera/#axzz2Qx22ZdTQ

Perché la Cina sta costruendo città fantasma in Africa?


citta fantasma cina
I palazzinari cinesi si stanno dando molto da fare in Africa. Nova Cidade de Kalimba è una moderna città africana costruita da investitori cinesi in Angola e composta da circa 750 edifici di otto piani.
Nei progetti degli investitori, la città doveva raccogliere circa 500 mila abitanti, ma un inquietante filmato mostra come la selvaggia urbanizzazione cinese rischia di creare la prima “città fantasma” dell’Africa.
Il costo dell’operazione si aggira sui 2,5 miliardi di euro, ma si tratta solo di una frazione del fiume di denaro che la Cina sta investendo in Africa. A questo punto, la domanda è semplice: perchè i cinesi sono così interessati al territorio africano?
Costruita alla periferia di Luanda, la capitale angolana, Nova Cidade de Kalimba, oltre ai 750 blocchi di appartamenti, conta una dozzina di scuole e più di 100 locali commerciali, ma non ci sono abitanti! Come mai? Pare che il prezzo di un appartamento si aggiri sui 90 mila euro, una cifra esorbitante rispetto al magro reddito medio della popolazione locale che ancora vive nelle baraccopoli.
Nonostante l’enorme quantità di appartamento invenduti, Nova Cidade de Kalimba è solo una delle tante città “fantasma” che la Cina sta costruendo in tutto l’Angola e in tutto il continente africano. Negli ultimi dieci anni, la Cina ha pompato miliardi di euro, e il trend non mostra il minimo segno di rallentamento.
Come riporta il Daily Mail, numerose “Chinatown” stanno nascendo in tutta l’Africa, dalla Nigeria alla Guinea equatoriale, nel Ciad, nel Sudan, ma anche in Zambia, Zimbawe e Mozambico. Insomma, la Cina considera il continente nero un investimento cruciale per il futuro, stringendo una vera e propria morsa sul continente dal sapore “neocoloniale” che in futuro potrebbe fare dell’Africa un continente satellite.
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“I cinesi sono dappertutto”, dice Trevor Ncube, un importante uomo d’affari africano con interessi editoriali di tutto il continente. “Se in passato gli inglesi sono stati i nostri maestri, oggi i cinesi hanno preso il loro posto”.
A questo punto, è lecito chiedersi se le misteriose città fantasma siano destinate realmente agli africani. Secondo gli analisti internazionali, ormai non è più mistero che i governanti cinesi considerino l’Africa come l’unica soluzione ai problemi di sovrappopolazione e alla imminente scarsità di risorse di risorse naturali.
I cinesi rappresentano un quinto della popolazione terrestre e hanno fame di cibo, terra e energia. Negli ultimi dieci anni, il consumo di petrolio è aumentato di 35 volte e le importazioni di acciaio, rame e alluminio divorano circa l’80% delle forniture mondiali.
Empty: It was supposed to be a state-of-the-art city for 500,000 - but eery footage shows how a Chinese-built urbanisation is at risk of becoming Africa's first 'ghost town'
Hopeful: But the sellers remain optimistic that sales will pick up
Alone: A single jogger runs past empty apartment blocks in Sesena, where 30,000 people were due to live
La popolazione cinese si è praticamente triplicata negli ultimi cinquant’anni, passando da 500 milioni di individui a 1,3 miliardi. E’ per questo motivo che il governo di Pechino ha lanciato il programma politico “Una sola Cina in Africa”, una sorta di lotteria nazionale per lasciare il paese e stabilirsi in un nuovo continente.
Nella disattenzione totale di tutto il mondo, l’incredibile cifra di 750 mila cinesi si è già trasferita in Africa negli ultimi dieci anni. La strategia è stata accuratamente messa a punto dai funzionari cinesi, i quali hanno stimato che la Cina ha la necessità di inviare in Africa 300 milioni di persone per risolvere i problemi di sovrappopolazione e inquinamento.
La bandiera rossa cinese avanza
L’avanzata cinese sembra inarrestabile: ambasciate e nuove rotte commerciali si stanno aprendo tra i due paesi, mentre la nuova elìte cinese stanziatasi in Africa comincia a farsi notare in tutto il mondo, acquistando oggetti preziosi nelle boutique, guidando le loro esclusive BMW e Mercedes e mandando i loro figli in esclusive scuole private.
Le pessime strade africane sono sempre più ingombre di automezzi cinesi che riempiono i mercati africani di prodotti a basso costo. Gli indumenti venduti nei mercati del continente ormai riportano quasi sempre la scritta “Made in China”.
Migliaia di chilometri di ferrovie sono state costruite dai cinesi per il trasporto di miliardi di tonnellate di legname tagliato illegalmente: foreste incontaminate sono state distrutte per coprire il fabbisogno di legname della Cina che equivale al 70% di tutta la produzione Africana. Inoltre, il territori è stato sventrato per l’estrazione di diamanti e oro.
schiavi-africani.jpgLe gigantesche miniere cinesi sono piene di “schiavi” africani che estraggono i preziosi minerali a meno di 1 dollaro al giorno. In Angola, il governo ha deciso che il 70 per cento dei lavori pubblici deve andare alle imprese cinesi, la maggior parte delle quali non impiega personale angolano.
Ma la colonizzazione non è solo economica, ma anche culturale: numerosi centri culturali finanziati dallo Stato Cinese, denominati “Istituto Confucio”, stanno sorgendo in tutta l’Africa, con lo scopo di insegnare alla popolazione locale come fare affari in lingua e stile mandarino e cantonese.
Inoltre, esclusivi ristoranti che servono solo cibo cinese, e dove non sono ammessi i neri, stanno sorgendo in ogni angolo del continente.
Un prezzo salatissimo per l’Africa
Vi è un aspetto sinistro di questa invasione cinese, un prezzo troppo alto da pagare per la popolazione africana. La Cina ha interesse, tra l’altro, a fomentare le guerre civili tra le popolazioni africane, vendendo così milioni di dollari di armi prodotte dalle aziende cinesi.
Naturalmente, tutto questo avviene in collaborazione con i corrotti leader africani, i quali, dopo aver ottenuto l’indipendenza dalle potenze coloniali dei bianchi, Gran Bretagna, Francia, Belgio e Germania, sono felici di fare affari con la Cina per un semplice scopo: i soldi!
Se i governi democratici dell’occidente sembrano molto più insistenti nel chiedere all’Africa le riforme democratiche e la necessità di più “trasparenza” nell’uso del denaro (termini diplomatici per evitare che i dittatori intaschino i milioni destinati alla popolazione), i cinesi sono molto più rilassati rispetto alla questione, decidendo di chiedere un occhio, a volte anche tutti e due, rispetto al reale utilizzo dei soldi da parte dei governi africani.
africa-povert%25C3%25A0.jpgIl comportamento della Cina non fa altro che alimentare il cancro della corruzione. Pazienza se si alimenta la povertà in un continente che conta ben 800 milioni di persone che vivono in condizioni estreme di miseria.
Ma i cinesi sono sprezzanti di tali critiche. Per essi, secondo il loro spirito pragmatico da locuste, l’Africa è solo una risorsa da sfruttare finchè dura, e non un luogo dove garantire i diritti umani. Non a caso, questo atteggiamento è accolto con grande favore da parte dei dittatori africani.
Ma quello di cui hanno bisogno gli abitanti di questo meraviglioso continente, dove emersero i primi ominidi dalla Great Rift Valley, è un disperato bisogno di progresso e i cinesi non sono qui per questo. Sono qui per rapinare un paese ricco di spazio e di risorse naturali.
Quando finirà la predazione? Finchè Pechino ne troverà vantaggio: i cinesi non si fermeranno fino a quando in Africa non ci saranno più minerali o petrolio da estrarre. Dopo secoli di dolore, guerra e fame, l’Africa meriterebbe decisamente di meglio.